Per
giungere a Montecasale, eremo e santuario francescano a poca distanza da Sansepolcro, si
sale su per una altura, prospiciente l'alta valle del Tevere, che non ha la dolcezza della
collina, piuttosto l'asperità dell'Appennino che in questa zona segna il confine tra la
Toscana, le Marche e l'Umbria. Luogo solitario; il gran manto dei boschi è interrotto
solo dal grigio dell'antica costruzione.
Fin dall'epoca romana una strada scavalcava questi monti e scendeva nelle Marche per il
passo delle Vacche, toponimo legato evidentemente alla transumanza, fino a Lamoli. Il
luogo era quindi un importante passaggio, controllato da una fortezza militare e da un
castello di piccoli e prepotenti feudatari. Sorgeva solitario sui dirupi a sinistra del
torrente Afra, affluente del Tevere; apparteneva secondo gli storici locali alla famiglia
dei Bofolci e fu presumibilmente abbattuto nel 1187, quando una legge dei XXIV Signori che
reggevano il nuovo Comune di Sansepolcro obbligò, pena la totale distruzione dei loro
castelli, i feudatari del contado a trasferirsi nel Borgo.
Sulle rovine del castello e della fortezza i Monaci camaldolesi, dell'Abbazia di S.
Giovanni Evangelista in Sansepolcro, costruirono un ospizio per i pellegrini che
transitavano per la strada dell'alpe, ospizio ed ospedale, lo Spedale di S.Maria di
Montecasale. Essi lo cedettero volentieri a S.Francesco nel 1212, in occasione di una o
più prediche fatte dal santo nella chiesa abbaziale, o meglio in piazza, come lui
preferiva. Francesco vide in questo fatto e in questo luogo l'occasione per esercitare il
suo amore per il prossimo. Et dedit ei (l'abate) hospitalem S.Marie de Monte Casali, dice
l'archivio della Curia vescovile, anno 1213. Il piccolo convento ebbe inizio
dall'accettazione in umiltà di questo dono e più che altro ora fanno riflettere i
risultati: non rimangono le fortezze, le rocche, le strade, i segni di un progetto
dell'uomo; rimangono invece le tracce della carità nella solitudine di questi monti.
L'ospizio divenne eremo, e ancora dell'antica costruzione si possono visitare le celle
abitate per un certo tempo da S.Bonaventura, generale dell'ordine francescano nel 1257 e
biografo di S.Francesco, e da S.Antonio da Padova. La spiritualità dell'eremo stesso fu
poi feconda di santità.
Di questo santuario toscano si parla abbastanza nella letteratura agiografica e nelle
biografie francescane: candidi miracoli e storie edificanti di cui la più famosa è la
storia dei tre ladroni, che si convertirono e rimasero come frati nel piccolo convento.
Oppure quella dei cavoli piantati con le radici per aria nel piccolo orto, con il quale
ordine Francesco volle provare la capacità di obbedienza di chi voleva seguire la sua
vita.
Memorie francescane sono poi la fonte che il santo fece scaturire dalla roccia,
all'ingresso del convento, subito dopo la "porta dei carri", e il suo letto di
pietra in una grotta che adesso è un oratorio contiguo alla chiesa. Questa, dedicata alla
Madonna, è assai suggestiva, piccola, in pietra, la stessa, si può dire, del tempo di
Francesco. L'occhio corre subito, nell'interno, all'altare in legno dov'è una statua
lignea di Madonna con Bambino del sec. XIII/XIV che la tradizione vuole portata qui da
S.Francesco dalle rovine del castello nel 1213, fatto però alquanto improbabile per
motivi di datazione
Fuori, nel piazzale, dove si affaccia una sala dalle pareti di roccia viva adibita a
foresteria, una vertiginosa immagine: la valle tiberina si vede in lontananza tra le
cornici del profilo dei monti; alle spalle la roccia grigia del Poggio della Rocca; giù
per il monte la striscia di un torrente, lo Spiciolo, un filo d'acqua, quando c'è, che
rimbalza sulla roccia del Sasso Spicco, immenso masso che sporge come una gigantesca
tettoia, sul vuoto di circa 60 m., somigliante all'omonimo masso della Verna.
Si dice che qui S.Francesco gareggiasse con l'usignolo nel cantare le lodi al Signore e
molti Cappuccini scelsero questo luogo come abitazione, costruendovi, sotto e all'intorno,
le loro cellette con graticci e terra. E' veramente un luogo di aspra solitudine e di
interminabile silenzio ristoratore. |

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Eremo
di Montecasale, panorama |
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